Un'analisi realizzata da Football Benchmark su un campione di 24 club europei per i quali sono già disponibili i bilanci 2024-25 evidenzia come, nei primi tre anni dall'introduzione del nuovo quadro regolamentare Uefa, si è passati da una perdita netta aggregata di quasi 300 milioni di euro nel 2022-23 a un utile netto aggregato di circa 100 milioni di euro nel 2024-25. Nello stesso periodo, i ricavi operativi medi sono cresciuti da 298 milioni a 362 milioni di euro (+21%), trainati soprattutto dall’espansione delle attività commerciali, dai benefici apportati dalle nuove infrastrutture e dall’aumento dei premi Uefa. Di questo e più in generale dello stato di salute del calcio europeo parlano, in un dialogo, Andrea Sartori, fondatore e ceo di Football Benchmark, società che fornisce analisi e consulenza nell’ambito dell’industria calcistica, e Andrea Traverso, Executive Director of Financial Sustainability and Research presso l'Uefa.
SARTORI: Negli ultimi dieci anni, la metodologia sviluppata da Football Benchmark mostra che il valore d’impresa aggregato dei principali club europei è più che raddoppiato, un inequivocabile segnale di crescita. Dal suo punto di vista, quanto il FFP ha influenzato questa evoluzione e in che misura ha introdotto un approccio più disciplinato alla gestione finanziaria nell’intero sistema?
TRAVERSO: Nel complesso, ritengo che il suo impatto sia molto positivo. Quando abbiamo introdotto per la prima volta il FFP, il nostro obiettivo era portare maggiore disciplina nella gestione dei club, assicurandoci che non fossero soltanto competitivi in campo, ma anche in grado di gestire responsabilmente i propri conti fuori dal campo. Quando le regole furono inizialmente approvate, la situazione nel calcio europeo era preoccupante. Nel 2011 i club registravano perdite complessive pari a circa 1,7 miliardi di euro e il concetto stesso di controllo finanziario era ancora relativamente nuovo. Nel 2011 la nostra ricerca individuò 35 club coinvolti in procedure di insolvenza e altri 25 l’anno successivo. Sebbene la maggior parte di questi club riuscisse comunque a sopravvivere grazie a dei processi di ristrutturazione, ciascun caso di insolvenza andava a minare la fiducia e la credibilità nel sistema calcio. La vera innovazione dell’epoca fu la regola del break-even, che imponeva ai club di spendere solo ciò che guadagnavano. Una volta entrata in vigore, iniziammo rapidamente a vedere i risultati: quelle perdite aggregate iniziarono a diminuire anno dopo anno, fino a quando il calcio europeo raggiunse un utile aggregato per la prima volta nel 2017: un cambio di rotta notevole in relativamente poco tempo. Naturalmente, il FFP non è stato l’unico motore del miglioramento: anche i ricavi sono cresciuti significativamente e molti club si sono professionalizzati. Tuttavia, il quadro regolamentare ha contribuito ad allineare i comportamenti finanziari dell’intero ecosistema. Il messaggio “non si può spendere senza limiti” è diventato parte integrante della governance. Senza tale quadro normativo, avremmo probabilmente assistito ad una maggiore instabilità, con alcuni club che avrebbero immesso capitali ancora più elevati per competere, generando perdite ancora più grandi e disparità più marcate. Quindici anni fa, la gestione finanziaria era raramente al centro delle discussioni nei consigli di amministrazione dei club. Oggi lo è in ogni decisione strategica. I club comprendono ormai che successo sportivo e solidità finanziaria devono andare di pari passo.
SARTORI: La pandemia ha messo in luce debolezze strutturali del modello del calcio europeo, ma ha anche accelerato il processo di riforma. Quali sono state le principali lezioni che la Uefa ha tratto da quella crisi e in che modo hanno contribuito al passaggio dal FFP ai nuovi Regolamenti di Sostenibilità Finanziaria?
TRAVERSO: Il Covid è stato uno stress test importante per tutti. L'Uefa ha assunto un ruolo guida “ristrutturando” la stagione 2020-21, posticipando le proprie competizioni per club e rinviando l’Europeo di un anno. Ciò ha permesso a molti campionati di completare la stagione e ridurre le penali commerciali miliardarie che sarebbero altrimenti maturate. Nonostante ciò, tra i club di prima divisione, le perdite di ricavi ammontarono a circa 7 miliardi di euro. Il basso tasso di insolvenza durante quel periodo è in gran parte merito del lavoro svolto dai club, ma il requisito del FFP che imponeva agli azionisti di coprire le perdite nel decennio precedente aveva rafforzato il patrimonio netto complessivo dei club da meno di 2 miliardi a oltre 10 miliardi. Senza il FFP, la capacità di assorbire tali perdite sarebbe stata molto inferiore. Durante la pandemia l'Uefa ha adottato altre misure straordinarie: da un lato sospendendo la valutazione del break-even, dall’altro prevenendo effetti domino imponendo con forza il rispetto dei requisiti sull’assenza di debiti scaduti. Tuttavia, l’esperienza della pandemia ha reso evidente che, nonostante i progressi, il sistema doveva evolvere. È così che i nuovi Regolamenti di sostenibilità finanziaria sono diventati più completi, includendo non solo parametri legati alla redditività, ma anche patrimonio netto, debito e la cosiddetta “squad cost rule”, che limita la percentuale di ricavi destinata a stipendi, trasferimenti e commissioni. Tutti questi fattori sono interconnessi. Se un club viola una regola, è probabile che ne violi altre. Il nuovo sistema è molto più solido e incentiva una gestione stabile e responsabile.
SARTORI: Negli ultimi anni, i club sono diventati un asset sempre più attraente per gli investitori. Che ruolo ha svolto il quadro regolamentare Uefa nel rendere il mercato calcistico europeo più prevedibile e stabile e, di conseguenza, più appetibile per gli investitori?
TRAVERSO: Per me, il quadro regolamentare ha avuto un ruolo fondamentale. Oggi la grande maggioranza degli investitori che entrano nel calcio europeo proviene dagli Stati Uniti, inclusi numerosi fondi di private equity. In passato abbiamo avuto periodi con investitori più orientati al breve termine provenienti da altre regioni, ma la tendenza attuale è verso investimenti istituzionali e di lungo periodo, un segnale positivo per il settore. Questi investitori percepiscono il calcio, e lo sport in generale, come un asset estremamente interessante e ancora sottovalutato, talvolta addirittura “economico” se confrontato con le valutazioni di alcune franchigie statunitensi. Hanno trovato terreno fertile per investire perché il mercato calcistico europeo è ora più strutturato e prevedibile. Un quadro regolamentare solido offre loro fiducia che il proprio investimento sia protetto. Senza tale quadro, il profilo di rischio sarebbe molto più elevato. Parallelamente, i club sono diventati molto più professionali. Il quadro normativo li ha spinti a gestire i costi in modo più efficiente, diversificare i ricavi e rafforzare le loro strutture organizzative. I club più grandi oggi operano come vere e proprie imprese. Per molti top club, i ricavi commerciali hanno superato quelli televisivi. I diritti televisivi sono condivisi a livello di lega, mentre i ricavi commerciali appartengono interamente al club. Di conseguenza, i club che sono riusciti a trasformarsi da realtà prettamente nazionali a brand globali sono quelli che hanno saputo sfruttare al meglio queste opportunità. Naturalmente, non tutti i club possono seguire lo stesso percorso: i top club si sono allontanati ulteriormente dagli altri e vediamo una crescente polarizzazione ai massimi livelli. Ma ciò non è dovuto solo alla regolamentazione: deriva anche dal processo di professionalizzazione di top club, la crescente globalizzazione e le differenze nelle potenzialità di generare ricavi tra club di diversa scala. I regolamenti non sono mai stati progettati per creare equilibrio competitivo, ma per garantire disciplina finanziaria, ed è proprio questa stabilità che continua ad attirare investitori nel calcio europeo.
SARTORI: La rapida crescita del modello dei multi-club ownership ha trasformato il panorama degli investimenti, creando sia opportunità che rischi. Come si è adattata l'Uefa e quale impatto prevede sul calcio europeo?
TRAVERSO: Non è facile definire il sistema dei multi-club ownership con un’unica formula, perché esistono modelli e motivazioni molto diversi. Alcuni investitori utilizzano tale modello per diversificare il rischio detenendo partecipazioni maggioritarie o minoritarie in diversi club in differenti paesi. Altri lo vedono come un modo più efficiente per attrarre e sviluppare talenti. Non è un caso che vediamo investimenti in nazioni come Portogallo, Belgio o Danimarca, mercati che facilitano l’ottenimento della cittadinanza europea per giocatori sudamericani o africani, permettendo poi agli investitori di muovere i calciatori più facilmente all’interno delle proprie reti di club. Altri ancora perseguono sinergie commerciali, condividendo attività di scouting, strutture mediche, risorse dati e attività di marketing globale. Ogni gruppo opera in modo diverso, ma il fenomeno comporta chiaramente sia opportunità che rischi. Per quanto riguarda le opportunità, far parte di un gruppo consente ai club di accedere a know-how, infrastrutture e investimenti che altrimenti non sarebbero alla loro portata. Lo dimostrano casi come Girona FC o Palermo FC all’interno del City Football Group, che hanno beneficiato dell’appartenenza a una rete ampia e altamente professionale. La nostra ricerca con l’Università di Zurigo ha inoltre mostrato che i club che entrano in questi gruppi spesso migliorano le loro performance dopo circa quattro anni, soprattutto quando c’è un investimento maggioritario o un’influenza decisiva. L’altro lato della medaglia è la competitività. Se una parte troppo ampia del mercato finisse nelle mani di pochi grandi gruppi, i club più forti ne trarrebbero i maggiori benefici. È un po’ come un piccolo negozio che compete con un centro commerciale: dopo un po’, il più piccolo fatica a sostenere il confronto. Si tratta di una dinamica da monitorare con attenzione. L’integrità è un altro aspetto essenziale. L'Uefa e le leghe nazionali hanno regole sulla proprietà da oltre vent’anni, tipicamente limitando il controllo a un solo club per competizione. Il principio è chiaro: due club con la stessa proprietà non possono partecipare alla stessa competizione. Qualche anno fa, abbiamo leggermente aggiornato queste regole per riflettere la separazione tra Champions League, Europa League e Conference League, consentendo una certa flessibilità senza compromettere tale principio fondamentale. Più recentemente, in casi di potenziale conflitto ai sensi dell’articolo 5, il Club Financial Control Body ha utilizzato l’opzione del blind trust. Non è una soluzione perfetta, ma funziona quando il conflitto è temporaneo. Fondamentalmente, anche in questi casi, permettiamo ai proprietari di continuare a gestire progetti di investimento di lungo termine, come la costruzione di uno stadio o di un centro di allenamento. Non vogliamo scoraggiare investimenti genuini nelle infrastrutture calcistiche. L’obiettivo è proteggere l’integrità mantenendo il calcio aperto a investimenti responsabili.
SARTORI: Guardando al prossimo decennio, quali sono le principali priorità e sfide per il futuro del calcio europeo?
TRAVERSO: Una sfida fondamentale è la competitività. Abbiamo una access list che garantisce a ogni paese l’opportunità di partecipare alle competizioni Uefa per club, e ne siamo molto orgogliosi. Tuttavia, se il divario finanziario continua a crescere, diventa più difficile preservare l’equilibrio competitivo. Abbiamo bisogno di competizioni coinvolgenti, accessibili e in cui ogni club abbia una reale possibilità di competere sul campo. Questa diversità è una delle grandi forze del calcio europeo ed è fondamentale preservarla. La sostenibilità finanziaria resterà centrale. Le regole devono essere applicate in modo rigoroso e trasparente affinché tutti competano ad armi pari. È l’unico modo per mantenere credibilità e fiducia nel sistema. Allo stesso tempo, dobbiamo continuare ad adattarci. Il mercato evolve costantemente. Assistiamo a nuove forme di finanziamento, più strutture multi-club e crescente globalizzazione. Sono dinamiche che non possiamo ignorare. La nostra regolamentazione deve evolvere per proteggere l’integrità, permettendo al contempo investimenti responsabili e crescita. In definitiva, oggi la sostenibilità significa molto più che semplicemente evitare perdite. Significa costruire fondamenta solide, una governance efficace, ricavi diversificati e investimenti infrastrutturali che rafforzino i club nel lungo periodo. È così che garantiamo che il calcio europeo rimanga forte, aperto e competitivo, dentro e fuori dal campo.